© 2019 by matilde tomat 

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Blackburn, UK

Udine, I

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conservation / italiano

freelanca artist photographer writer

Non aspettatevi una traduzione pedissequa dall'inglese all'italiano. Sono anni che non scrivo piú in italiano e so che se mi soffermo a pensare a cosa sto scrivendo, mi comincio a porre un sacco di domande sulla grammatica, il senso, il ritmo. Posso scrivere "un sacco"? Pongo / porre / pormi ... tutto giá troppo complicato. Non voletemene.

 

La storia va piú o meno cosí: il 6 maggio 1976, alle 9 di sera, un terremoto colpisce il Friuli. Io avevo 8 anni all'epoca e vivevo a Gemona, uno dei centri piú vicini all'epicentro. Per i dettagli sulla scossa, magnitudo, e distruzione, la cosa piú semplice é che andiate su Wikipedia qui

 

Quella sera io non ero a Gemona. Non ero a casa, non ho vissuto sulla mia pelle quello che é successo. Non so dirvi o raccontarvi della scossa, della polvere, delle urla, dei pianti. 

Io non so niente. 

 

Io so solo che a distanza di 43 anni, e dopo anni che lavoro come psicoterapeuta, dopo ansie esistenziali ed errori commessi, attacchi di panico, giochi della memoria ed un costante desiderio di "andarme", il terremoto ha scelto me. 

 

Il 6 Maggio 2019, a Blackburn (UK), presso The Bureau Centre for the Arts, esporró il mio ultimo lavoro e questa volta centrato sul terremoto. 

Non piú tardi di un paio di settimane fa ero nuovamente in Friuli e finalmente ho messo piede a Gemona dopo anni. Ho ritrovato dove abitavo senza che nessuno mi ci portasse; ho ripercorso strade, ricordato storie; mi sono fermata a parlare, a fotografare, a respirare.

Non ho ancora pianto.

Mi sono soffermata a domandarmi il perché di questo mio desiderio di dover ricordare: impellente, necessario. Il perché di questo senso di colpa di essere viva e di non aver combinato granché in questa vita nonostante mi sia stata data un'altra possibilitá. Di quanto, nonostante abbia amici veri un pó ovunque, continui a sperare che Marina (a cui dedico la mostra) bussi alla mia porta e mi chieda se mi va di giocare. E mentre non ricordi assolutamente feste e compleanni e luoghi o accadimenti di qualche anno fa, ricordo lei. Lei ha un nome: Marina Pedi. 

E mi domando quanto sia importante non dimenticare, ricordare non solo i nostri cari ma tutti "quegli altri" che hanno attraversato la nostra vita. Che son stati presenti. 

Nel lungo elenco delle vittime decedute, c'é anche la dicitura "cadavere di corpo femminile non riconosciuto". Mi domando come sia possibile, che in 43 anni, nessuno si sia fatto avanti a dare un nome, a raccontare una storia. Eppure, chissá quante volte persone sono decedute in totale dimenticanza. Mi sono anche domandata quanto sia possibile che io, che non sono sposata e non ho figli, venga poi dimenticata in fretta un domani, quando non ci saró piú. 

Eppure io ricordo bimbe e bimbi con cui giocavo: a Grado, a Lignano, a Tolmezzo. Il primo bacio, il primo vero moroso, gli abiti della mia prima bambola Filomena. La mia memoria é piena di dettagli: l'aula a scuola, la maestra, il primo astuccio, l'odore della matita, la signora Catina che vendeva erbe, le dita sottili di zia Anna, lo specchio a casa della nonna Zaira, ballare il valzer con nonno Mario, la voce di zio Paolo, essere in cucina con nonna Pia, i mandarini del nonno Romano, in giro con zio Piero, con zia Elena a casa sua. Mille e mille dettagli. Storia mia e storie di altri. 

Cosí, il terremoto ha scelto me.

Lunedí 6 Maggio, a Blackburn, ci sará l'inaugurazione di questa installazione di 111 pezzi in gesso, a rappresentare chi non c'é piu, tutte queste storie. Ricostruzione e Conservazione, la storia vera. I Friulani sono conosciuti nel mondo perché vanno avanti. Si dice che due giorni dopo il terremoto, i Friulani giá non piangevano piú: ricostruivano. Le mostre, il paese, i monumenti, gli articoli di giornale, le interviste: tutto a sottolineare che noi andiamo avanti. Siamo duri, siamo imperterriti, ci scrolliamo la tristezza dalle spalle e continuiamo.

Ricreiamo, costruiamo. Aggiustiamo. Facciamo. Brighiamo. E ne siamo orgogliosi.

Gli anni di terapia, peró, mi hanno anche insegnato che bisogna fermarsi.

Fermarsi ed ascoltare il dolore.

Fermarsi ad ascoltare il proprio dolore.

C'é bisogno di piangere.

Non c'é niente di sbagliato nell'essere vulnerabili, nell'avere paura.

 

Anni di terapia con i miei genitori, che ho perso entrambi a causa di dipendenza e depressione, mi hanno insegnato che un trauma come quello vissuto dai Friulani a volte impiega anni a venir accettato. Mi domando come mai, in tutti quegli anni passati al reparto di alcologia dell'Ospedale di Udine o all'ACAT, nessuno abbia mai menzionato il terremoto e le sue implicazioni esistenziali come potenziali cause [ne ho scritto di piú nel mio libro Rebeltherapy in vendita su Amazon qui].

Lunedi 6 Maggio 2019, ore 20.

Se siete da queste parti, siete i benvenuti. 

Se volete saperne di piú : matilde.tomat@gmail.com

mandi

 

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